martedì 17 marzo 2020

La contradittoria situazione di chi è bloccato all'estero in un posto da sogno..

Mentre in questo momento nel mio paese e nel mondo si sta scatenando il caos per via di questo simpaticissimo corona virus io mi trovo a Zanzibar in riva al mare e rifletto sulla mia situazione e su cosa sia la cosa migliore da fare. Voi direte, ma sei in un posto da sogno, di che ti lamenti?

Io però vorrei raccontarvi la contradittoria stuazione di essere forzati a stare qui, soprattutto quando famiglia, amici e il proprio paese attraversano un momento così difficile.
Non è facile essere lontani in questo momento e tanto meno sapere quale sia la cosa più giusta da fare. Tramite whatsapp e facebook vivo in tempo reale la situazione e la mia testa di conseguenza ne è completamente assorbita. Il mio volo del 13 marzo è stato cancellato e per ora posticipato al 3 Aprile come minimo, ma conoscendo la compagnia è molto probabile che in via precauazionale venga spostato ancora. La mia unica alternativa sarebbe tornare tramite la Slovenia, possibilità che sto valutando ma che vorrebbe dire viaggiare per ore prima di arrivare al mio domicilio, rischiando nel viaggio di beccarmi il virus e di portarmelo a casa.

l'unità di crisi non mi risponde al numero che dovrebbe essere quello H24, pare che più nessuna compagnia voli sull'Italia, ho scritto alla Etiophian a riguardo ma anche loro non mi hanno ancora risposto, per cui per ora l'unica soluzione pare sia davvero la Slovenia. Anche li però la situazione non è delle migliori e chissà ancora per quanto resterà aperta ai voli.

Incontro spesso viaggiatori che come me sono bloccati qua o ancora non sanno di esserlo. Negli ultimi giorni un Italiana e ieri una coppia di Spagnoli. Li aiuto facendo delle chiamate per loro, traducendo dall'Inglese e assieme discutiamo la situazione e ciò che è meglio fare.

Le opinioni sul restare o partire si dividono in due, c'è chi dice resta e aspetta che finisca, c'è chi dice torna prima possibile. Per ora qui in Tanzania il virus pare non essere arrivato, è però arrivato dai vicini, in Kenya, dove già si sono registrati 3 o 4 casi, destinati ad aumentare stando all'evoluzione che sta avendo in tutti i paesi del mondo. Quanto ci metterà ad arrivare qua? E come sarà la situazione? E le possibilità di tornare?

La situazione qui è un bel rebus, sono in un posto da sogno, (seppur qui ora sia la stagione delle piogge) e sto cercando di non sprecare il mio stare qua e pure i soldi che mi costa restarci, ma la mia testa è sempre su quella finestra per rientrare che potrebbe chiudersi da un momento all'altro.

Sono diviso in due, da un lato cerco di valutare la situzione anche nel caso accadesse il peggio, dall'altro mi viene da ridere e penso chissà quando mi ricapita di restar bloccato in paradiso.

Tra i molti dubbi però una cosa è certa: ciò che ci viene negato diventa il nostro desiderio più grande. Lo vedo in tutti i post e commenti dei miei concittadini. Tutta una serie di libertà che di solito diamo per scontato e che ora che ci vengono negate diventano ora la cosa più importante, un pensiero fisso che buca il cervello.

La cosa più importante infatti, come sempre, è focalizzarsi su ciò che abbiamo, non su ciò che ci manca.
Ecco perchè qui faccio tesoro di ogni incontro, di ogni sorriso e scambio umano, perchè in fondo viaggiare è incontrare le persone, e mai come ora c'è bisogno di starci vicino e riscoprire una vicinanza interiore, empatica che non ha bisogno di quella fisica. Come il mio essere qua, fisicamente distante dal mio paese ma connesso, vicino con il cuore.

Credo questo sia il dono più grande che ci sta facendo questo virus, vedere quanto la nostra vicinanza fisica, data per scontata prima, contenesse anche delle distanze incolmabili, e allo stesso tempo ora, pur nell'impossibilità di avvicinarci l'un l'altro, siamo più vicini che mai.

Questa crisi ci sta mostrando risorse e capacità che abbiamo sempre avuto, sta a noi ora coltivarle e mettere quella connessione tra di noi al primo posto, anche e soprattutto quando la crisi sarà passata. 

lunedì 28 gennaio 2019

Un semplice "Come Stai"...


Qualche tempo fa facevo del volantinaggio nei negozi del centro, dovevo solo consegnare dei volantini e appendere una locandina. 

Entro in un negozio di scarpe, dico buongiorno e chiedo “come va” aspettando una risposta. La commessa indaffarata si blocca di colpo e mi fissa sgranando gli occhi. Forse non ha capito la domanda e glielo richiedo. La sua espressione si ancor più enigmatica, al chè le dico sorridendo “è davvero così strano chiedere come va?”

Mi risponde “ci credi se ti dico che sei il primo in assoluto che me lo chiede?”, addirittura farfuglia “a momenti neppure i miei amici me lo chiedono”. Si scusa per lo sguardo che mi ha cacciato, spinto però dal grande stupore, e mi ringrazia tantissimo. Lascio i miei volantini, appendo la locandina ed esco.

Dopo un po' entro in un bar. Saluto e chiedo “come va, tutto bene?”. La barista quasi in trance ripete automaticamente “un caffè come?”. Poi si ferma, mi guarda e ripensa alla domanda e le si illumina il viso dicendomi quasi balbettando “tu-tutto bene grazie, scusa lo stupore ma, sai, non me lo chiede mai nessuno come sto”.

Il potere del “come va”...una semplice frase che detta col cuore può fare miracoli.
Quando abbiamo perso questa capacità di vedere negli altri dei potenziali amici, dei fratelli, delle persone proprio come noi? 

Quando abbiamo iniziato a dare per scontato che chi non conosciamo bene e non ha passato tutti i nostri “test” non si merita un semplice “come va? Quando abbiamo sostituito le persone che incontriamo con i meri ruoli che ricoprono?

Ci muoviamo come Zombies con l'attenzione minima solo sufficiente a non sbattere contro muri, edifici e altre persone, ma mai assaporando veramente il momento che ci sfugge inesorabilmente dalle mani come sabbia tra le dita.

Tutto questo, sia chiaro, l'ho sempre fatto pure io. E' normale entrare in un bar e ordinare un caffè oppure in un ristorante “ordinare” del cibo. Ma già qui, il termine “ordinare” piuttosto di “chiedere” la dice lunga sulle premesse. Tuttavia si, l'ho sempre fatto pure io. Ma negli ultimi tempi, soprattutto dopo l'ultimo viaggio in Africa, qualcosa sta cambiando. La grande ospitalità ricevuta in quel continente, persone sconosciute un attimo prima che diventano parte della tua vita, e comunque otto lunghi anni di viaggi surfando questa apertura nelle relazioni, stanno lavorando dentro me, e mi stanno aprendo gli occhi.

Quando andiamo in giro e incontriamo delle persone, siamo per loro degli sconosciuti. Ma noi sappiamo bene di essere umani complessi e pieni di emozioni, domande, riflessioni e tanto altro. Tuttavia, per la gente che incrociamo restiamo degli sconosciuti, e tutta la nostra complessità viene ridotta ad un etichetta che ci viene appiccicata automaticamente sulla fronte. Lo stesso poi facciamo noi, quando entriamo in un bar e ordiniamo un caffè e appiccichiamo sulla fronte del barista l'etichetta “barista”, limitando quella persona al suo ruolo, la quale funzione è solo preparare il mio caffè e farlo pure rapidamente.
Ci si lamenta spesso dell'indifferenza del prossimo, della maleducazione e la mancanza di cordialità, ma siamo noi i primi a pretenderla senza fare nulla per accoglierla, girando con dei muri alzati con tanto di filo spinato.

Non si tratta di morale, ma di senso pratico. In questo periodo sto “giocando” con queste scoperte, e non avete idea di che porte possono aprire. Provare non costa nulla, e se volete trovare sempre un sorriso ovunque andiate, siate voi i primi a portarlo, vedrete, non ve ne pentirete!!

sabato 10 novembre 2018

E se fosse tutto solo questione di prospettiva?

9 Novembre 2018, ospedale Ca' Foncello di Treviso

Anche oggi ho avuto la mia dose di avventura. Verso le 21 mentre pedalavo all'altezza di via montello mi è venuta addosso un altra bici che arrivava in contromano. Nessuno dei due era riuscito ad evitare l'impatto. Lui è caduto e gli si è piegata in due la ruota anteriore, io sn rimasto in piedi ma qualcosa mi ha fatto un buco sulla pelle della tibia bucando anche i jeans. Lui si rialza e inizia a prendersela perché non l'ho evitato. Io metto le cose in chiaro che era lui fuoriposto e cerco di tranquillizzarlo. Mi presento e intanto lui si mette a raddrizzarmi il manubrio. Poi va dalla bici incazzato e con rabbia la scaraventa dall'altra parte di una recinzione. Resto solo, la catena giù e incastrata in malomodo.. sento male alla gamba e vedo il jeans bucato, lo tiro su e vedo l'osso. Pazienza, quel che è fatto è fatto. Mi metto a sistemare la bici e mi avvio verso il pronto soccorso. Ne approfitto dell'occasione per esercitare il mio zen. Funziona e quasi mi viene da ridere per la situazione. Arrivo al p.s. lego la bici ed entro sfilando con il jeans arrotolato e la colata di sangue che arriva al piede. Mi registro alla reception, vado a lavarmi le mani nere dalla catena e vado a sedermi.
Il mio umore così diverso dal mio aspetto crea una certa curiosità e a chi mi guarda mentre sfilo verso le zona d'attesa lo saluto con un sorriso. Attacco bottone un po' con tutti li attorno, fino a richiamare l'attenzione di tutti i presenti proponendo di intrattenerli con delle storie. Una signora mi chiede incuriosita: "ma lei sta bene o sta male, non capisco!" Io le indico la colata splatter e le faccio notare che è la gamba che sta male, non l'umore! Continuo a interagire con altri e a chiedere il motivo per cui sono qui. Mi accorgo di quanto, non chiudendosi nel proprio" dolore" e nella propria storia, tutto diventi più leggero, accettabile. Conosco una ragazzina con sua mamma, lei giocava a pallavolo e in partita ha sentito male ad un ginocchio. Poi un ragazzo Nigeriano accompagnato da un amico e la sua ragazza, anche lui ha avuto un incidente in bici. Li invito ad Arte Migrante e parliamo un po' di Mamma Africa.
Conosco poi una coppia, lui con un dolore al piede per il quale non riesce a camminare ma che non riconduce a nessun trauma. Ha un gran senso dell'umorismo e passiamo una mezz'ora a ridere di noi stessi facendo battute auto ironiche.
Mi torna in mente la malaria in Africa, e penso diamine li si che stavo male, questo in confronto è un giretto!! Dopo un attesa di due ore finalmente entro e mi suturano, anche li nasce un teatrino con infermiere, autista e un dottore. Immancabilmente alla domanda "che lavoro faccio" racconto del viaggio in Africa e partono storie varie. Vengo poi finalmente congedato quasi alle 2 di mattina e ripenso all'esperienza, certamente positiva per l'occasione di imparare a vedere le cose da altre angolazioni e ricordarsi quanto siamo fragili, ma soprattutto per ricordare quanto poco basta per portare il sorriso.

Torno a casa sereno e con il sorriso, e con una domanda in testa: "E se davvero fossimo in grado di convertire le esperienze e le nostre reazioni ad esse, e generare le emozioni che vogliamo invece che soltanto subirle?"

mercoledì 26 settembre 2018

La sottile, immaginaria linea della normalità..

Nella vita c'è a volte chi apre nuove vie, nuove possibilità..uscendo dal “si è sempre fatto così” e cercando nuovi sentieri nelle giungle dell'ignoto..

Oggi vi scrivo per raccontarvi della meravigliosa esperienza che ho vissuto qualche settimana fa a Sondrio allo stupendo rifugio Zoia, dove ho conosciuto un gruppo di “disabili” e i loro educatori, dell'associazione “Progetto La Fonte” di Firenze. Una realtà che davvero sta frantumando molti stereotipi e schemi nel rapporto con la disabilità.
Al rifugio c'ero già stato e stavo già pensando di tornarci. Qualche tempo prima di partire, Lele il proprietario, mi faceva sapere che fino al 29 Agosto ci sarebbe stata questa associazione e che, ne era certo, mi sarebbero piaciuti un sacco.
Lunedì arrivavo per cena, ma li avrei conosciuti solo l'indomani. Il giorno dopo infatti, su richiesta di Lele, avrei servito io la cena al gruppone.
Già guardandoli da lontano, qualcosa mi aveva catturato e stupito.. l'atmosfera che si respirava era di un gruppo di amici, una comitiva di 22 persone che si conosce da tempo.
I ragazzi in questione vengono, secondo i canoni della cosiddetta “normalità”, considerati disabili. Ora, per necessità linguistiche e per capirci, dobbiamo definire e appioppare etichette, ed è comprensibile. Quello secondo me inaccettabile è darle per scontate, lasciare che se ne stiano li a rappresentare al 100% la realtà, una realtà fatta di infinite sfaccettature ma che vengono sistematicamente piallate e annullate da quelle etichette.

Alla cena di martedì dunque ero pronto per servirli per poi fermarmi a cenare con loro.
Il trucco per entrare in sintonia è solo quello di buttarsi, di accettare il gioco e partecipare senza giudicare, in semplice compagnia. Dopo qualche ora con loro, la mia gioia era incontenibile, una gioia che nasceva dalla sensazione di libertà dalle maschere, dalle etichette e dai giudizi. E' in questo modo, frantumando questi muri, che andiamo all'essenza è cioè: la partecipazione.

Lo scopo di noi tutti in questa vita è quello di fare del nostro meglio, di sublimare le nostre paure e limiti nel fuoco delle nostre capacità, nella fornace delle nostre qualità qualunque esse siano, per produrre un liquido vitale più denso e rendere l'universo fecondo di possibilità.
Questo è ciò che gli educatori dell'associazione “La Fonte” fanno con i ragazzi, credendo in loro e mettendoli nelle giuste condizioni di valorizzarsi e diventare partecipi della propria vita.
Credere in loro anche quando purtroppo sarebbe comune arrendersi lasciandoli nel loro ristretto campo di azione.
Molti di questi ragazzi sono cresciuti nelle strutture dell'associazione, proprio come una vera famiglia della quale fanno parte in maniera integrante. Nessun servizio di circostanza dunque da parte degli educatori, o di sufficienza, giusto per dare il minimo di dignità.
Ma cosa significa dare dignità? Nella maggior parte dei casi significa vestire la disabilità di una maschera accettabile e dove gli aspetti più scomodi siano ordinatamente nascosti. Significa in pratica, prendersi cura del corpo e poco più, accettando passivamente i limiti.
Dare dignità invece, secondo me è dare valore alla persona dando le stesse possibilità che tutti hanno, creando partecipazione e inclusione. Significa che ognuno, in qualunque condizione, stato e salute possa portare il suo contributo umano al percorso della vita, in maniera diretta o indiretta. Sta a noi saperci aprire alle lezioni che queste persone possono darci e farle fruttare al massimo.

Di educatori ne ho conosciuto vari nella mia vita, ma qui la grande differenza è che loro in primis non sentono la netta separazione tra educatore e utente.. quel sottile ma invalicabile muro che separa “colui che ha bisogno” da “colui che aiuta e che quindi NON ha bisogno”. Un muro che in realtà ha dei confini molto labili.
Confini che non possono rappresentante le infinite sfumature dell'essere umano, e quindi tanto meno valorizzarle.
Non mi è mai andata giù quell'appiccicosa pietà travestita da compassione che la gente esprime di fronte ad un disabile. Tra i due, ho sempre provato pietà per il “normale” di turno che compativa il secondo, per non saper vedere oltre il proprio naso, andando inoltre a ricalcare l'etichetta sulla quale viene crocifissa la persona definita “disabile”.

Passando del tempo con gli educatori si ascoltano decine di storie e aneddoti divertenti sui ragazzi.
Mentre li ascolto mi si dipingono in mente i tratti di superori comici, personaggi buffi che divertono con le loro avventure leggere e scanzonate.
Certamente il fatto di essere toscani li rende irresistibilmente simpatici, capaci di scherzare su tutto anche sul peggiore dei mali, ma sempre con quella deliziosa partecipazione che rende tutto condiviso.
Un gruppo di amici che per stima e affetto si raccontano aneddoti divertenti e dissacranti. Dissacranti perchè abbiamo bisogno di ironia, di dissacrare appunto, perchè dal “sacro” al tabù il passo è davvero breve e spesso automatico.
Dissacrare però non significa ridere-di, ma ridere-con cioè assieme all'interessato, ridere con lui della vita, ridere di gioia perchè vale sempre la pena esserci, se attorno si hanno fratelli e sorelle disposti a ridere con te. E' farsi beffa dei cosiddetti problemi della vita, trovandone il lato comico e ridendone assieme.

Ma perchè questa associazione spende migliaia di euro per portare in montagna dei ragazzi dove, tra limiti fisici e cognitivi ci si potrebbe chiedere quanto possano fruire dell'esperienza? Perchè è un diritto di tutti poter stare al cospetto della bellezza, punto. E' un diritto di tutti avere qualcuno che crede in noi e non si arrende anche quando pare impossibile farcela.

Mercoledì il gruppo si sarebbe diviso in due, quelli che facevano dei giochi e quelli che sarebbero andati a camminare. Io mi aggregavo al secondo.
Nel giorno della camminata si raggiungeva un bel laghetto in quota e li ci si riposava un oretta distesi sul prato. Di fronte a me c'era S. un ragazzo con forti limiti cognitivi e che vive in un mondo tutto suo. Lo guardavo li di fronte a me, disteso sul prato, a fissare l'imponente montagna che si rifletteva in una cristallina immagine sul lago e mi pareva che il silenzio suo e quello della montagna diventassero una cosa sola. Mi sembrava che lui, a differenza di me, sapesse davvero connettersi con il grande Silenzio della Natura, e che io con tutte le mie capacità cognitive fossi invece perso nei miei dialoghi interiori, che però troppo spesso mi separano dalla bellezza che non parla, che non ha concetti. 

lunedì 20 agosto 2018

Abbandonarsi alla fecondità dell Ignoto..


Salve a tutti bella gente!!

Scusate se scrivo poco ultimamente ma mi piace scrivere solo quando ho veramente qualcosa da comunicare, e quasi sempre dev'essere qualcosa di personale e vissuto in prima persona..
Oggi scrivo per raccontarvi meglio, prima che sia troppo tardi, l'esperienza della settimana scorsa in occasione del mio giro a Sondrio, nella Val Malenco a trovare una persona cara che lavora in un rifugio e che qui chiamerò I.
Ci tengo a raccontarlo bene perchè per me ha avuto un forte valore umano di supporto e fiducia, e tale esperienza non fa che alimentare la mia convinzione che anche qui, nel nostro paese, la realtà dipende molto da come ci si pone e da come sintonizziamo la nostra radio interiore.
Questo giro nella Val Malenco lo pianificavo già dai primissimi giorni appena dopo il mio rientro dall'Africa, ma per via di molti impegni e incontri dopo cinque mesi di viaggio, l'avevo dovuto rimandare più volte.
Finalmente però, nei primi giorni della settimana scorsa riuscivo ad organizzarmi, e un pò al volo mi fiondavo in stazione dei treni all'ora di pranzo per il primo treno che, con 4 cambi mi avrebbe portato a Sondrio in 6 ore.
Arrivo in stazione, faccio il biglietto e volo al binario. La giornata è stupenda, e già sento quella sensazione di libertà, di avventura che inizia a pervadermi e ad attivare il mio spirito.
Entro nel vagone e mi siedo, e vicino a me si siede un ragazzo Senegale vestito dei suoi abiti tipici col quale faccio amicizia e pratica del mio Francese arrugginito. Mi stupisce la sua calma, la sua serenità..e curioso gli chiedo da quanto è in Italia. Mi dice che è qui da solo due mesi, e che prima è stato due anni in Spagna. Gli chiedo che ne pensa dell'Italia e dice che è molto contento, perchè è un paese stupendo, ma soprattutto perchè gli Italiani sono persone adorabili e calorose e con lui sono molto disponibili.
Rimango spiazzato, aspettandomi una risposta opposta alla sua vista la situazione con gli immigrati.
Continuamo a chiacchierare finchè ci accorgiamo entrambi di non aver timbrato il biglietto. Memore delle regole e di multe già prese in passato, già mi immagino qualche sanzione, e quando la controllora passa le accenno il problema. Lei come fosse la cosa più normale del mondo mi dice di non preoccuparmi che ci pensa lei e un istante dopo li firma entrambi. Inoltre guardando gli orari e le coincidenze ci da pure dei consigli sui prossimi treni. Rimango allibito, mi sarei aspettato una certa intransigenza, come ero abituato a trovare, ma trovo invece flessibilità e comprensione.
Che sia solo una coincidenza? Una botta di fortuna? O che abbia a che fare con la sintonia sulla quale è la mia antenna? Non ha davvero importanza.. resto in quello stato di leggerezza e penso all'itinerario di viaggio. Il treno deve ancora iniziare a muoversi quando ricevo un messaggio da I. Che, tutta preoccupata, mi dice che l'ultimo bus da Sondrio per la Val Malenco è alle 18.20..mentre il mio treno arriverebbe a Sondrio due ore dopo. Come percorrere dunque quei 33km da Sondrio al rifugio senza mezzi pubblici? Penso al da farsi.. il treno più veloce, il frecciarossa, ci metterebbe un ora in meno, ma arriverebbe comunque a Sondrio alle 19 quindi troppo tardi. Per un istante penso anche a scendere dal treno, chiedere un rimborso e rimandare il tutto ad un altro giorno. Poi però vince quella leggerezza, quella lieve brezza che già mi teneva come sospeso, fresco e pronto a partire. Nella fertile incertezza del “come fare” il mio spirito trova il varco giusto per espandersi. La benzina, lo spruzzo d'avventura, va a contatto con quella fiamma pilota sempre accesa, sempre pronta a reagire e a incendiare l'animo. Una vampata ed eccola quella vitalità incondizionata,
quell'onda, la mia onda di entusiasmo che arriva, forte, spumeggiante e mi solleva e so che mi porterà lontano.
Mentre mi godo questa energia, questa estasi di vitalità, mi trovo a ridere sotto I baffi dell'imprevisto che mi si presenta davanti, ora che la mia onda è troppo grande e forte anche solo per prenderlo in considerazione. Anzi, è proprio quell'imprevisto ad averla generata, e al solo pensiero l'onda sbuffa e schiuma in attesa di poterlo inghiottire..
Inizio il viaggio con questa forza ma anche calma interiore e mi metto comodo ascoltando della musica mentre sto attento ai tanti cambi.
All'ultimo mi trovo nella tratta più lunga, due ore da Milano a Sondrio attraversando il lago di como e I suoi meravigliosi paesaggi. Non ero mai passato da queste parti e mi stupisce la bellezza delle zone. Un cielo azzurro e un sole stupendo che crea giochi di luce sull'acqua del lago luccicante, e in questo quadro I tanti paesini arroccati lungo le sponde del lago vengono avvolti da una luce calda che li fa risaltare ancor di più. Con la scusa del panorama attacco bottone con una signora di mezza età che era seduta nella fila di posti alla mia destra. Parliamo del paesaggio, della bellezza di tanti posti del nostro paese e da li si arriva a parlare di viaggi, vita, esperienze. Ci presentiamo e quando mi dice di chiamarsi “Nica” resto di stucco, si chiama come una mia carissima amica Slovena conosciuta nel primo viaggio in Africa, e questa è la seconda volta in assoluto che sento questo nome. Mi diverte l'idea di prenderlo come un buon segno..
Le racconto delle mie avventure Africane e aggiungo che pure qui, ora, è per me un avventura perchè dovrò trovare il modo di raggiungere la Val Malenco senza trasporti pubblici. Ne parliamo e le dico che proverò a fare autostop, e che se sento che qualcosa succederà.
Siamo quasi a Sondrio ed è quasi ora di salutarci. Nica sembra diventare pensierosa e mi confessa che è preoccupata per me e che non immagina come potrò raggiungere la mia destinazione percorrendo quei 33km solo basandomi su un passaggio di fortuna. Le ripeto di non preoccuparsi perchè sono abituato a queste situazioni di incertezza e che ci sguazzo bene.. lei però insiste e mi da il suo numero, giusto in caso non riuscissi proprio a trovare un passaggio. La ringrazio e mi avvio attraverso la piazza di Sondrio. Attraverso la città ed entro in un bar a comprare dell'acqua prima di uscire dal centro. La ragazza alla cassa ha la carnagione scura e divento curioso di sapere che origini ha. Mi dice di essere Dominicana, al che parto a parlare in Spagnolo e mi presento. Le porgo la mano e dico “Alessandro, piacere!” e lei subito risponde “Alessandra, piacere!”...ridiamo entrambi di gusto, e anche questo mi pare un altro buon segno.
Saluto ancora ridendo, esco e vado verso la statale ancora più sicuro delle mie sensazioni. La strada inizia a salire fino al bivio che a destra sale verso la Val Malenco. La mia onda è li, mi sento come trasportato, senza fatica e pensieri..non mi importa del risultato, fino a che quell'entusiasmo è con me. Cammino veloce in salita, mentre col dito distrattamente informo le macchine di passaggio che avrei bisogno di uno strappo. Mi fermo per fare una foto del paesaggio all'imbrunire, e subito dopo rimetto fuori il dito per una macchina che sta arrivando. Mi fa I fari..rallenta e accosta..guardo dentro e vedo che è !!! E' venuta su senza neppure chiamarmi, sperando di trovarmi lungo la statale!! Incredibile, sapevo che qualcosa sarebbe successo!! La ringrazio un milione di volte e le dico di lasciarmi pure dove anche il bus mi avrebbe lasciato e cioè a “Franscia” alla base della montagna a 7km dal rifugio. Da Frascia la strada, sulla mappa, risulta più piccolina e non voglio farla arrivare fin su col buio, dovendo farsi 14km di tornanti 7 dei quali In discesa da sola al buio. Lei mi dice che pur non promettendomi nulla, vedrà man mano com'è la strada e se riesce mi porterà fin su. Insisto, ma non vuole sentire storie. Ormai è buio e chiacchierando andiamo su lungo una statale semideserta. Mi dice quasi con stupore che oggi mai avrebbe immaginato di esser qui salendo verso le montagne, e percepisco una note di entusiasmo nella sua voce. Arrivati al bivio per salire al rifugio, la strada pare buona e non troppo piccola. Lei decide di provare e dopo altri 7 km arriviamo al piazzale sopra il qual troneggia il rifugio. Ci salutiamo, io non so davvero come ringraziarla. Mi viene naturale chiederle di scrivermi quando arriva a casa sana e salva. Lei esclama sorpresa che non se lo sarebbe mai aspettato da me, essendo una cosa che di solito fanno I fratelli, I genitori. Ecco, è questo di cui abbiamo bisogno, di rompere questi schemi, questi muri che ci dividono e limitano la libertà.
Le sorrido e le ripeto che aspetto il suo messaggio. Ci salutiamo e io prendo il sentierino che in cinque minuti porta al rifugio al quale si può arrivare solo a piedi. Mentre sto salendo penso ai tanti muri che oggi, Nica ed io abbiamo abbattuto e della fiducia e affetto che ci siamo dimostrati, noi, due perfetti sconosciuti.
Mi accolgono I. e i suoi colleghi. Mi racconta che tutti erano preoccupati per me, ma anche che lei diceva loro “tranquilli, Ale in qualche modo ce la farà, qualcosa se lo inventerà”..
Racconto la storia della signora Nica e restano tutti stupiti per la sua gentilezza, per la sua fiducia ad un estraneo. Io invece non mi stupisco più, ma godo del calore che c'è nel mondo e delle possibilità che arrivano dal vuoto fecondo. Ripenso allo stupore di Nica di essere su per le montagne con uno che solo uno prima non conosceva, e penso che noi esseri umani abbiamo bisogno si di amore, di calore.. ma anche di avventura, di ignoto.. e penso anche che se l'affetto e l'amore ci fanno stare bene, sono l'avventura e l'ignoto a farci sentire vivi.

giovedì 14 giugno 2018

Meritato riposo..

Finalmente al caldo e comfort della mia tendina "piantata" sul pavimento a piastrella dell'area comune di un lodge..



Oggi record con 154km!!!




Giornata impegnativa anche perchè ho forato lungo il percorso e ho ri-forato giusto appena arrivato qui a Palaye. Mi metto nel parcheggio di un centro commerciale a sistemare la fortatura, ma appena finito scopro che anche la valvola si è rotta..nel frattempo mentre riparo si alternano ad "aiutarmi" i ragazzi che lavorano alla stazione di servizio..



Finalmente mi muovo verso un lodge a caso sprando di trovare un prezzo decente visto che qui dormire costa decisamente più che in Europa. I vari lodge sono tutti all'interno di un labirinto di stradine tutte a fondo sabbioso, al che mi impianto qualche migliaio di volte, tiro giù santi vari che pure loro si chiedono perchè diamine avere strade, non dico sterrate, ma sabbiose!!!??
Dopo due lode tutti pieni, trovo per fortuna un portiere notturno che mi permette di metter la tenda qui a gratis!! Alla fine non è andata male direi...certo però..Che giornatina!!!

mercoledì 13 giugno 2018

Metti la tua anima sulla bicicletta..

E' una mattina come tante, lo zaino fatto..la bici pronta a mordere l'asfalto.
Una mattina pronto a partire, a rimettere in moto questo motore, a generare questo mondo. L'impressione è spesso questa, e cioè che sia il mio pedalare attraverso i paesi, i paesaggi, le genti, a renderli reali. Come se la bici fosse la penna di un artista che disegna la realtà, o come se le ruote della mia bici fossero la puntina di un giradischi che, scorrendo lungo i solchi di popoli e paesi, generasse questa sinfonia di colori e bellezza.
Una mattina come tante da 4 mesi a questa parte. Stessa routine, ma luoghi sempre diversi, così sradicato dalla posizione geografica che la vera casa diventa la strada stessa, il movimento e il cambiamento.

Prima di mettermi in movimento e accendere questa realtà, vi lascio con queste parole di Aldo Rock, non perchè creda che le mie non siano sufficenti, ma perchè anche lui vive sulla pelle questa magia del creare, del vivere queste esperienze straordinarie nel mondo ordinario.

"..Metti la tua anima sulla bicicletta e pedala!! I luoghi che incontri ti apparterranno per sempre..perchè in un lungo viaggio la bicicletta è il paesaggio che incontri, lo strappi a te stesso, gli dai la tua forma, lo ami così tanto da ricrearlo a tua immagine e somiglianza..ruvido, elegante, pericoloso. Pedala per evolvere la tua anima..e gli amici che incontri, sarannno amici pper sempre.."

Do uno sguardo alla mappa..faccio l'occhiolino alla mia bici..e parto..